mercoledì 27 aprile 2016

Il testo poetico



IL TESTO POETICO

Surrealismo








Federico Garcia Lorca



Favola

Unicorni e ciclopi.
Corni d'oro
e occhi verdi.

Sulla scogliera
in ressa gigantesca
illustrano il mercurio
senza vetro, del mare.

Unicorni e ciclopi.

Una pupilla
e una potenza.

Chi dubita dell'efficacia
tremenda di quei corni?

Nascondi i tuoi bersagli,
Natura!





E' un testo surrealista. Lo stesso titolo lascia intuire che tratterà argomenti fantastici, appartenenti al mondo del sogno e dell'immaginazione. Il poeta, già nella prima strofa ne presenta i protagonisti: gli unicorni e i ciclopi. Nella seconda strofa ne descrive solo alcuni particolari: corni d'oro e occhi verdi. Nella terza strofa compare un'ambientazione, ovvero una scogliera. Su di essa gli unicorni e i ciclopi si radunano aggiungendosi all'immagine del mare messa in relazione a quella di un mercurio senza vetro: un mare piatto che ha assunto il colore del mercurio poichè nuvole grige si stanno riflettendo sulla sua superficie.
Nel mare però sono ancora presenti dei piccoli riflessi di luce che lo fanno sembrare simile al mercurio: un'analogia. Le parole "Unicorni e ciclopi" vengono ripetute nella quarta strofa. Nella quinta vengono citati altri due particolari ad essi riferiti: "Una pupilla e una potenza". Nella sesta strofa il poeta pone una domanda: "Chi dubita dell'efficacia
tremenda di quei corni?
" Si tratta quindi di qualcosa di molto potente, che deve essere temuto dall'uomo o dagli altri animali? Nell'ultima strofa il poeta si rivolge direttamente alla Natura e le dice di nascondere i suoi bersagli: forse qualcuno potrebbe colpirli e uccidere, per invidia del loro potere, o semplicemente per paura.

Beatrice D'Antonio 













Robert Desnos

Dalla rosa di marmo alla rosa di ferro

La rosa di marmo immensa e bianca era sola sulla piazza deserta
dove le ombre si prolungavano all’infinito. E la rosa di marmo sola
sotto il sole e le stelle era la regina della solitudine. E senza
profumo la rosa di marmo sul suo stelo rigido in cima al piedistallo di
granito scintillava di tutti i flutti del cielo. La luna si fermava
pensosa nel suo gelido cuore e le dee dei giardini le dee
di marmo mettevano alla prova i loro freddi seni contro i suoi petali.

La rosa di vetro risuonava a tutti i rumori del litorale. Non c’era un
singhiozzo d’onda spezzata che non la facesse vibrare. Intorno al suo
fragile stelo e al suo cuore trasparente degli arcobaleni ruotavano insieme
agli astri. La pioggia scivolava in sfere delicate sulle sue foglie che
talvolta il vento faceva gemere con spavento dei ruscelli e delle lucciole.

La rosa di carbone era una fenice negra che la fiamma trasformava in
rosa di fuoco. Ma senza sosta estratta dai corridoi tenebrosi della miniera
dove i minatori la raccoglievano con rispetto per trasportarla alla luce
del giorno nella sua ganga d’antracite la rosa di carbone vegliava
alle porte del deserto.

La rosa di carta assorbente sanguinava talvolta al crepuscolo quando la sera
veniva a inginocchiarsi ai suoi piedi. La rosa di carta assorbente custode di tutti
i segreti e cattiva consigliera sanguinava un sangue più denso della schiuma
del mare e che non era il suo.

La rosa di nuvole appariva sulle città maledette nell’ora delle
eruzioni dei vulcani nell’ora degli incendi nell’ora delle sommosse e
al di sopra di Parigi quando la Comune mischiò alle sue vene iridate
il petrolio e l’odore della polvere da sparo. Essa fu bella il 21 gennaio bella
nel mese d’ottobre nel vento freddo delle steppe bella nel 1905 nell’ora
dei miracoli nell’ora dell’amore.

La rosa di legno presiedeva ai patiboli. Fioriva nel punto più alto
della ghigliottina poi dormiva nel muschio all’ombra immensa
dei funghi.

La rosa di ferro era stata forgiata per secoli da fabbri di lampi.
Ciascuna delle sue foglie era immensa come un cielo sconosciuto.
Al minimo urto essa rispondeva col rumore del tuono.
Ma com’era dolce alle innamorate disperate la rosa di ferro.

La rosa di marmo la rosa di vetro la rosa di carbone la rosa di carta
assorbente la rosa di nuvole la rosa di legno la rosa di ferro rifioriranno
sempre ma oggi si sono sfogliate sul tuo tappeto.

Chi sei tu? Tu che schiacci sotto i tuoi piedi nudi i resti fuggevoli della rosa
di marmo della rosa di vetro della rosa di carbone della rosa di carta
assorbente della rosa di nuvole della rosa di legno della rosa di ferro. 





In questo componimento il poeta mette in relazione la rosa con diversi materiali, secondo una serie di associazioni che emergono dall'inconscio o dalle esperienze della vita passata, in base ai principi del surrealismo.
Nella prima strofa la rosa è di marmo, qualcosa di duro rispetto alla morbidezza di un fiore; è la regina della solitudine e si trova da sola in una piazza.
Nella seconda strofa è associata al vetro ed il poeta si concentra sul suono; nel suo inconscio il vetro è associato con un suono o un rumore particolare.
Nella terza strofa la rosa è di carbone; si trova nelle miniere ed i minatori lavorano senza sosta per poterla trovare, come fosse un tesoro. Spesso i minatori morivano e, quando l'autore scrive che la rosa di carbone è una fenice negra, si potrebbe considerare che l'immagine della fenice, assieme all'idea di rinascita, richiama anche quella della morte.
La rosa di carta assorbente compare nella quarta strofa; un'associazione tra le altre potrebbe riguardare le mestruazioni, ma anche il fatto che la carta assorbente ha un limite, non può assorbire più di tanto, ha una fine.
Ogni rosa viene associata a un materiale con il quale l'associazione non si presenta in
modo immediato.
Consuetamente la rosa, che è delicata, colorata, viene vista come simbolo di amore, di felicità. Nella poesia di Desnos è di vetro, elemento freddo, duro, trasparente; di carbone, dal colore nero; di carta assorbente, delicata e morbida, ma quasi ingannevole, in quanto assorbe facilmente, ma ha un limite.

Federica Marinelli


La rosa di nuvole compare nella quinta strofa.
La prima cosa a cui si può pensare è qualcosa di soffice, di bello e tranquillo ma, leggendo la poesia, ci si accorge subito che per l'autore non è così. Egli infatti la ricollega al fumo di incendi, di eruzioni vulcaniche, alle sommosse della Comune di Parigi, al ghigliottinamento di Luigi XVI il 21 Gennaio 1793, alla Rivoluzione d'Ottobre del 1905 quando fu rovesciato l'impero zarista e i Soviet assunsero il potere. Quindi Desnos non vede in questa rosa la rappresentazione di una bellezza delicata, ma di quella violenta delle rivoluzioni.

Tommaso Rivella


Nella sesta strofa della posia Desnos parla di una rosa di legno che fiorisce nel punto più alto della ghigliottina: una rosa sbocciata in Francia.
Nella strofa seguente descrive una rosa di ferro, dai petali immensi, che arrivano quasi a toccare il cielo, suggerisce un'associazione con gli dei in quanto, al solo sfiorarla, si ode il rumore del tuono, della tempesta, ed ecco quindi anche un'associazione con gli amori disperati. Un matriale duro e freddo come il ferro entra in relazone con il sentimento dell'amore.
Nella penultima strofa Desnos scrive che queste rose "... oggi si sono sfogliate sul tuo tappeto." Forse con ciò intende che fanno parte dell'inconscio, come un sogno, come qualcosa che c'è anche se non se ne percepisce la presenza.
Nell'ultima strofa si rivolge a qualcuno che calpesta quelle rose, e forse quindi calpesta una parte di se.

Aaike Nicols


Dadaismo






Tristan Tzara
Per fare una poesia dadaista



Prendete un giornale.
Prendete delle forbici.
Scegliete da questo giornale un articolo avente la lunghezza che desiderate dare alla vostra poesia.
Ritagliate l’articolo.
Ritagliate poi con cura ciascuna delle parole che formano l’articolo e mettetele in un sacchetto.
Agitate dolcemente.
Tirate fuori ciascun ritaglio uno dopo l’altro disponendoli nell’ordine in cui sono usciti dal sacchetto.
Copiate scrupolosamente.
La poesia vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e di una sensibilità incantevole, benché incompreso dal volgo.




Ecco un esempio lampante di poesia dadaista!
Il dadaismo si basa sull'ironia, sulla provocazione e sulla presa in giro della razionalità.
Questo componimento è semplice, diretto, prende in giro il modo stesso di fare poesia.
In una poesia comunemente intesa sono presenti sentimenti, emozioni in relazione a qualcosa che il poeta ha provato o che gli è accaduto.
Qui invece Tzara sembra voler sminuire il lavoro dei poeti, dice infatti di prendere delle parole a caso, mischiarle e poi disporle una dopo l'altra: in questo modo ne verrà fuori una poesia definita da lui "incompresa", ma che rappresenterà la pesonalità di chi l'ha fatta.
In realtà la poesia sarà casuale, priva di un senso logico, senza relazione con chi l'ha creata, e perciò assolutamente contro il modo consueto di fare poesia.
Qui il dadaismo si percepisce in ogni verso.
Spesso l'autore aggiunge dei dettagli facendoli risultare come essenziali, quando, in realtà, sono superflui; ad esempio quando dice "Agitate dolcemente" è ironico: anche se si agitasse il sacchetto contenente le parole ritagliate velocemente e con forza, il risultato sarebbe invariato.
Il testo termina con una grande provocazione: " Ed eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e di una sensibilità incantevole..." E' assurdo che una poesia creata senza alcun senso logico possa essere così stupefacente, ma questa affermazione è quella che ci colpisce di più in quanto è radicalmente contraria al senso comune. E poi, "La poesia vi rassomiglierà" suona quasi come un'offesa, in quanto non vi è nessuna relazione con colui che scrive.



Valeria Garziano








Tristan Tzara



Avant Dada



Sul far della sera
Tornano i pescatori con le stelle marine
spartiscono il cibo coi poveri, infilano corone ai ciechi
gli imperatori escono nei parchi a quest’ora che
sembra la vecchiaia delle incisioni
e i servitori fanno il bagno ai cani da caccia
la luce indossa i guanti
apriti finestra – e poi
ed esci notte dalla stanza come il nocciolo dalla pesca,
come il prete dalla chiesa,
dio : pettina la lana agli amanti sottomessi,
colora gli uccelli con l’inchiostro, cambia la guardia alla luna.
- andiamo a prendere i maggiolini
mettiamoli in una scatola
- andiamo al ruscello
facciamo vasi d’argilla
- andiamo alla fontana e ti bacerò
- andiamo nel parco comunale
fino al canto del gallo
che si scandalizzi la città
- oppure adagiamoci nel soppalco della stalladove ti punge il fieno e senti le mucche ruminare
e poi è desiderio di vitelli
partiamo, partiamo.








Quando arriva la sera tornano i pescatori e spartiscono il pescato con i poveri. A quest'ora gli imperatori, ovvero i borghesi, escono nei parchi; la luce fioca del sole rende i colori pallidi come nelle antiche incisioni, mentre i servi lavano i cani da caccia. La luce, ormai quasi del tutto inesistente, viene sostituita dalla notte che cala sulla terra tramite l'apertura di una finestra di una stanza che potrebbe rappresentare il cielo e viene messa in relazione, per analogia, ad un nocciolo estratto da una pesca e ad un prete che, col calare dalle sera, esce dalla chiesa. Dio ridà corpo ai materassi imbottiti di lana degli amanti a lui sottomessi, colora gli uccelli con l'inchiostro e cambia la guardia alla luna, ovvero, le cede il posto del sole, non più punto di riferimento certo per la conoscenza.
Sara Ferrari


La poesia, non divisa in strofe, è composta da ventiquattro versi che non seguono un ordine specifico. E' un'opera dadaista incentrata sullo scherzo, quindi non intesa per essere capita se non in base all'idea di provocazione. Tzara mette in campo diverse cose: parla della sera e di pescatori che tornano e dividono il cibo con i poveri facendo salire al trono gente che non vuole vedere questa realtà. Poi propone un cambiamento con l'arrivo della notte. Fa appello anche a Dio ed evoca la vita notturna, diversa da quella del giorno. L'ultima parte sembra riferirsi a un dialogo tra due amanti che approfittano della notte per fare ciò che vogliono, fantasticando su dove potrebbero andare.
Ryan Bisso


Nella prima parte del componimento possiamo notare che a dar da mangiare ai poveri sono i pescatori, e non gli imperatori, i quali vengono definiti ciechi (nonostante la loro potenza) e che preferiscono rimanere nell'ombra della sera, piuttosto che uscire allo scoperto di giorno; questa derisione dei potenti è una chiara critica al potere. Nella seconda parte la luce se ne è andata, è notte ed è tempo di divertirsi per staccare dalla quotidianità, di creare e fare follie anche a costo che la città si scandalizzi, essere liberi sino a far sesso in una stalla. Si esalta la voglia di scherzare e la libertà.
Gabriele Teodosio





Espressionismo





Alfred Lichtestein

Villeggiatura

Il cielo è una medusa azzurra,
E intorno campi, verdi collinette –
Mondo sereno, immensa trappola per topi,
potessi sfuggirti alfine… Oh, avessi le ali –

Si gioca a dadi. Si beve. Si ciarla di politica.
Ognuno apre compiaciuto il becco.
La terra è un grasso arrosto domenicale,
Bene intinto nella dolce salsa del sole.

Venisse un vento… sbranasse con unghie d’acciaio
Il mondo delicato. Mi divertirebbe.
Venisse un uragano… dovrebbe fare a pezzi
Questo bel cielo azzurro, eterno.





E' un testo espressionista scritto durante il periodo del nazismo. C'è un messaggio nascosto al suo interno. Ad esempio, il verso "La terra è un grasso arrosto domenicale"
potrebbe essere interpretato con un riferimento ai campi di concentramento.
E' una poesia che colpisce al primo impatto in quanto la parola "villeggiatura" fa pensare a una bella vacanza, in netta opposizione all'atrocità del nazismo nei confronti del quale il testo vuole avere una funzione di denunzia sociale e politica, anche con l'uso di metafore quali "unghie d’acciaio".

Antonella Quercioli






Alfred Lichtestein

Canzone comica

Odio le finezze incolori
Dell’intellettualità nevrotica.
Amo le variopinte rozzezze
Della natura spudorata e nuda.

Amo le sacche rigonfie
Sotto gli occhi orlati di rosso.
Amo le figure grassocce
Delle puttane agghindate.

Amo i poeti gibbosi
Che guardano storto per terra.
Amo i corpi-pallone
Delle incinte con le doglie.

Amo i ragazzi dagli occhi annebbiati,
Ubriachi, bestiali, quando
Urlano rochi al crepuscolo
Nella luce che quasi si perde.

Amo gli atleti robusti
Col sedere da cane bulldog.
Amo chi bestemmia, non prega
E anch’io sono forse un po’ rude.

Amo il peccato atroce

Quanto il bambino innocente,
Perché in fondo anche noi siamo solo
Dei ciechi, sciagurati imbecilli.

Il poeta mette in stretto legame amore e odio con colore e forma: "Odio le finezze incolori
dell’intellettualità nevrotica
" ; "Amo le sacche rigonfie sotto gli occhi orlati di rosso".
Tutto ciò che è forma è colore: sacche rigonfie, le borse sotto gli occhi sono di color verdastro- violaceo, messe in contrasto con "occhi orlati di rosso".
L'intellettualità non ha forma, i pensieri non sono concreti, così come la religione non è cosa che si tocca con mano; Lichtestein li considera incolori perchè non essendo concreti non hanno forma e di conseguenza non hanno colore.
Spesso vengono citati gli occhi: "occhi orlati di rosso", "occhi annebbiati, ubriachi, bestiali", occhi che non vedono lucidamente, li definisce ciechi.
Ama tutto ciò che è rude: le puttane agghindate, chi bestemmia, chi non prega, "le variopinte rozzezze della natura spudorata e nuda", "il peccato atroce".
Odia la religione perchè è anch'essa corrente di pensiero e i pensieri non hanno colori.
Mentre ama ciò che è rude per il semplice fatto che rispecchia la vera natura dell'uomo.
Il pensiero astratto dell'innocenza, di "ciò che è giusto", sono pensieri indotti dalla società, ma è solo un opprimere la nostra natura.

Elisa D'Andria





Else Lasker-Schüler

Sono triste

I tuoi baci fanno buio, sulla mia bocca.
Io non ti sono più cara.
E come giungesti!
Azzurro di paradiso.
Alla tua più dolce fonte
Il mio cuore faceva giocoliere.
Ora lo voglio truccare
Come le puttane il rosa
Appassito dei fianchi di rosso.
I nostri occhi sono socchiusi;
Come un cielo morente
La luna è invecchiata.
La notte non si sveglia più.
Tu non ti ricordi di me.
Dove me ne andrò con questo cuore?



Questa poesia è composta da quindici versi e non è divisa in strofe. L'autrice fa questa scelta probablmente per dare la stessa importanza ad ogni verso e creare una composizione continua e lineare.
I versi presentano frasi brevi e concise; solo il primo e l'ultimo hanno una lunghezza maggiore. Con la brevità dei versi l'autrice riesce ad esprimere chiaramente le sue emozioni raccontando, come suggerisce il titolo, il motivo per cui è triste.
Nella prima parte del testo ricorda, malinconica, il giorno in cui incontrò il suo amato.
Negli ultimi versi, invece, crea un contrasto, tornando a parlare del presente del loro amore che sta finendo, in alcuni si viene indotti a pensare che quell'amore sia ora in punto di morte; nell'ultimo l'autrice si chiede quale futuro avrà.
Nonostante il significato di quest'opera sia particolarmente cupo e malinconico, la poesia si presenta con la forza e la vivacità caratteristiche dell'espressionismo.
Solitamente gli autori di questa corrente scavano nella psiche umana, soffermandosi meno sui sentimenti, per questo trovo particolare e interessante questa poesia che riesce ad esprimere le emozioni più intime con lo stile e le forme dell'espressionismo.


Sabrina Deiana








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